lunedì 7 giugno 2010

La manovra e le Rinnovabili : IL GOVERNO CONDANNA IL SETTORE


"Posto" questo comunicato stampa pubblicato dal sito internet dell'associazione APER.
E' sicuramente una polemica contro chi governa.
L'Italia si conferma NON avere nessuna politica energetica : si naviga a vista.... e si timona a casaccio.
Che tristezza.
Marco Dal Prà


Confermati in Finanziaria gli art 15 e. 45.
Drammatiche le ripercussioni sul mercato.

Milano, giugno 2010 – Futuro sempre più incerto per le rinnovabili in Italia. Dopo giornate di intense e contraddittorie discussioni all’interno del Governo, la conferma dell’inserimento nel DL Manovra dell’art. 15 che impone agli impianti idroelettrici di grande derivazione un nuovo canone, e dell’art. 45 che cancella l’obbligo da parte del GSE di ritirare i CV in esubero, sembra confermare la precisa volontà da parte del Governo di non proseguire il cammino verso gli obiettivi europei del 2020, senza per altro incidere in nessuna maniera sui conti pubblici.

“Queste due misure non comportano alcun vantaggio per le casse dello Stato – evidenzia Roberto Longo, presidente di APER - al contrario si rinuncia al gettito fiscale che ne potrebbe derivare, condannando a morte un settore che mostra ancora vivacità imprenditoriale, economica e tecnologica e grazie al quale l’Italia può ancora essere competitiva nei confronti di altre economie”.

“Da non sottovalutare inoltre – continua Longo – la forte turbativa che tali provvedimenti creeranno negli istituti di credito, con conseguente perdita di credibilità del Sistema Paese nei confronti del mondo finanziario.”

L’Associazione si augura quindi che queste norme, pubblicate alla vigilia dell’invio del Piano d’Azione Nazionale dovuto entro la fine di giugno, possano ancora essere modificate permettendo l’allineamento in extremis dell’Italia alle politiche energetiche europee in materia di rinnovabili. APER lancia quindi un appello alle forze politiche perché procedano ad un’attenta e approfondita riflessione sulla questione.

giovedì 20 maggio 2010

Deepwater Horizon e la Fine del Petrolio



L’incidente della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel golfo del Messico avvenuto nei giorni scorsi ha portato alla ribalta dell’opinone pubblica tutta la fragilità del sistema di estrazione del petrolio, che oggi nella ricerca di nuovi giacimenti sta mettendo in campo tutte tecnologie disponibili.

Ma il gioco del destino ha voluto che l’incidente colpisse non una piattaforma qualsiasi, ma proprio quella che detiene il record assoluto di profondità di trivellazione, che la Horizon ha raggiunto nel settembre 2009 con oltre 10.680 metri di profondità, cioè quasi 11 chilometri sotto la crosta terrestre.

Una sfida contro le leggi della fisica, portando i materiali utilizzati per realizzare il nuovo pozzo, a pressioni e temperature estreme, con tutti i rischi che ne conseguono.

E’ la dimostrazione lampante di quali e quanti mezzi tecnici ed economici le compagnie petrolifere stanno mettendo in campo per cercare nuovi giacimenti, dando ragione chi sostiene che le riserve di petrolio si stanno assottigliando.

L’incidente dà quindi un duplice segnale di allarme : il primo riguarda gli elevati rischi che si celano dietro alla ricerca del petrolio in condizioni estreme, mentre il secondo riguarda l’evidente fine del petrolio a basso costo.

Nonostante i segnali rassicuranti lanciati della potente Agenzia Internazionale dell’Energia, nel mondo scientifico si colgono invece segnali negativi sul futuro del petrolio che sta diminuendo in quantità e qualità, fenomeno per ora attuito dal calo dei consumi dovuto alla grisi globale, ma con il traguardo dei 100 dollari al barile che incombe sull’economia mondiale.

La politica invece in tutto questo tace, sperando costantemente nella buona stella o evidentemente distratta da altri problemi.

Guardando invece a casa nostra, il Veneto si trova in una posizione estremamente vulnerabile rispetto alla prospettiva di aumento dei costi del petrolio, sia per com’è strutturato il tessuto urbano che le attività lavorative.

In primo luogo ci sono le tantissime famiglie che abitano fuori dai centri urbani e che hanno inperniato la loro vita-sopravvivenza sull’automobile senza calcolare i rischi del caro-petrolio.

In secondo luogo ci sono le attività industriali ed artigianali, troppo spesso edificate in aree lontane dalle grandi arterie di comunicazione e soprattutto dalla ferrovia, conseguentemente dipendenti in via esclusiva dai mezzi su gomma.

Soluzioni in vista per ora non ce ne sono, ma rendiamoci almeno conto dell’esistenza del problema, e che prima o poi si dovrà iniziare a parlarne.

E prima cominciamo e meglio arriveremo preparati alla fine del petrolio.

Marco Dal Pra'
Mestre (VE)



giovedì 22 aprile 2010

La triste fine del suicida

Di notizie di suicidio di questi tempi se ne sentono purtroppo tante : dai più giovani studenti in crisi per lo scarso rendimento, agli imprenditori in depressione per la crisi economica che non gli permette di pagare gli operai.
Sono due atti agli antipodi tra loro : da un lato una depressione originata da un motivo per certi versi banale, il voto a scuola, dall'altro invece un sentimento di sconforto dettato dalla paura di non riuscire a sostenere la propria famiglia, la propria azienda, i propri dipendenti.
Forse anche nel secondo caso il motivo è futile, ossia la mancanza di danaro, ma non sarei così convinto.
Mi sembra invece che nell'imprenditore suicida ci sia un sentimento di impotenza, di frustrazione, dovuto alla mancanza di rispetto del lavoro svolto, dal parte dei debitori.
Debitori che hanno la loro buona dose di responsabilità morale e materiale.
Sono comunque storie tristi di uomini e donne chiusi nella loro solitudine, che attorno non hanno trovato nessun conforto, nè hanno avuto il coraggio di chiederlo.
Storie di uomini che non si ritengono all'altezza di quanto gli chiede la vita, e credono o sperano di risolvere il problema per sè stessi e per gli altri, togliendosi la vita, quasi per togliere il disturbo.
Quanti tra noi hanno avuto un momento di sconforto, nel quale abbiamo pensato di non farcela, o ci siamo sentiti come delle foglie in balia del vento.

Ma in questi giorni gli organi di stampa riportano notizie ancor peggiori.
Sono storie di uomini che si suicidano dopo aver ucciso la moglie o la compagna della propria vita, gettando i familiari nello sconforto più profondo.
Questi suicidi sono atti ben diversi da quelli detti in precedenza; sono storie di uomini violenti che si accorgono della loro condotta solo a seguito di un gesto estremo : un delitto.
L'omicidio, di solito della propria donna, gli fa aprire gli occhi, ed ecco che improvvisamente tutta l'asprezza della realtà, tutta la vita appare sbagliata, sbaglio che si può pagare solo con la propria vita.

mercoledì 7 aprile 2010

Governatori e pillola abortiva : qualche contraddizione

Vorrei fare un paio di riflessioni sui neo eletti governatori di Veneto e Piemonte, i leghisti Luca Zaia e Roberto Cota, che hanno esternato la loro contrarietà alla pillola abortiva Ru486.
Se da un lato le posizioni dei due governatori saranno accolte positivamente dagli antiabortisti, da cittadino mi sorgono alcuni dubbi sulle vere motivazioni che hanno spinto i due ad esprimersi contro in modo così palese e perfino in contrasto con una regolamentazione già approvata.
Il sospetto è che si tratti di dichiarazioni fatte per accaparrarsi simpatie di elettori finora tenuti in disparte, magari per assicurarsi maggiore stabilità nei prossimi anni di governo, o anche per aprire all'UDC che nelle regioni in questione non si era schierata con la Lega Nord.
Insomma una vicenda dai contorni tutt'altro che definiti e sulla quale ci sarà da riflettere.
E’ invece chiaro che finora nessun politico, Zaia e Cota compresi, ha avuto il coraggio di fare una vera analisi della legge 194, una legge che agevola solo le donne che vogliono abortire, ma senza assicurare nulla a quelle che la gravidanza vogliono portarla a compimento.
Si fa tanto parlare di "par condicio", ma è evidente che la legge in vigore di pari opportunità non ne offre nessuna, ed anzi si tratta di un appoggio incondizionato ad un solo piatto della bilancia.
In due parole, alle donne che si trovano di fronte alla gravidanza, lo stato si presenta solo per il percorso abortivo, latitando su quello della maternità.
Questo è il succo della vera questione dell'aborto al quale non si vuole dare risposta.
Penso che comunque con le polemiche oggi non si possa andare da nessuna parte, e soprattutto con il proibizionismo richiamato da certe frange per come dire "fondamentaliste".
La legge 194 è una delle tante leggi che dimostra come l’Italia nel panorama europeo delle politiche familiari sia il fanalino di coda, quindi quello che serve non sono proclami, ma nuove prassi, nuove iniziative, nuove visioni della famiglia.
Vediamo se i nuovi governatori ne saranno all’altezza.
Marco Dal Pra'


giovedì 7 gennaio 2010

Morte annunciata : viverla nel dramma o nella serenita' ?

Le vacanze natalizie del Dicembre 2009 hanno portato agli onori della cronaca un nuovo episodio di una persona che a causa di una malattia si trova a dover scegliere tra la vita e la morte.

Mi riferisco al trevigiano Renzo Betteti, sessantaduenne da poco meno di un anno gravemente malato, che si è rifiutato le cure mediche, in particolare quelle più invasive che gli avrebbero prolungato la vita.
Dico prolungato e non salvato perché la malattia che lo aveva colpito attualmente non ha cure, quindi i medici non potevano che praticargli una tracheotomia per farlo respirare meccanicamente.
Lui a questo trattamento “artificiale” si è fortemente opposto, ritenendolo un accanimento terapeutico, e scegliendo per certi versi la morte naturale, una morte evitabile o meglio prorogabile, ma comunque non provocata dalla volontà.
Un monito a distinguere tra la morte annunciata dalla medicina, e la vera causa di essa.
Personalmente condivido la scelta del Sig. Betteti, anche perché la moda che dilaga oggi di cercare la giovinezza e la vita ad ogni costo non ha nessun riscontro negli insegnamenti del vangelo.
L’uomo che ha vissuto nella verità non dovrebbe aver paura della morte.
Anzi, saperlo in anticipo potrebbe essere anche un vantaggio per prepararsi al trapasso e non un dramma.
In questo mondo di materialismo sfrenato il Sig. Renzo si è comportato da paladino della spiritualità: ha accettato la morte con serenità, nella sua naturalezza, nella sua normalità.

Marco Dal Prà

mercoledì 2 dicembre 2009

Fuori del Tempo

Tra le varie opinioni che ha espresso il grande teologo della chiesa Sant'Agostino, ce nè una molto interessante che riguarda Dio e il tempo.
Secondo Agostino, che scrisse le sue "confessioni" intorno al quarto secolo, dato che Dio è eterno non può aver creato il mondo "durante il tempo", ma con il tempo, ossia il mondo e il tempo sono stati creati assieme.
E' un ragionamento che a quel tempo poteva lasciare poco da dibattere, e poco se ne è dibattuto per i succssivi secoli, senonchè un ragazzo di Zurigo intorno al 1905 iniziò a ragionare circa lo spazio, il tempo e la velocità, e successivamente, nel 1915 arrivò a formulare la teoria della Relatività Generale, nella quale descriveva il funzionamento dell'intero universo.
Stiamo parlando di Albert Einstein, certamente il più grande scienziato di tutti i tempi, grazie al quale oggi possiamo dire e dimostrare che spazio e tempo fanno indissolubilmente del nostro universo, sono due ma sono un tutt'uno.
E Dio ?
E Dio, per chi ci crede, anche se lo chiama semplicemente "Creatore" o anche "Regista", del tempo non fa parte, ne è al di fuori.
Noi qui che ci affanniamo a capire cosa fare domani, o sperare che vada in un modo piuttosto che in un altro, mentre Lui è la che ci guarda, sapendo già del nostro passato, del nostro presente, e de nostro futuro.
Un vantaggio non da poco.

domenica 20 settembre 2009

Paura della morte

Giorni addietro per un viaggio di lavoro ho preso l'aereo, come mi è già capitato altre volte, ma questa era la prima volta che mi capitava di avere un prete seduto a fianco, con il suo breviario.
Mi ha fatto una certa impressione vederlo farsi il segno della croce prima del decollo, perchè mi sembra un segno di debolezza, o di poca fede.
A tutti può far paura la morte violenta, come quella che avviene durante un incidente, ma in ogni caso mi ha colto allo sprovvista vedere segnarsi un sacerdote, che in quel momento era sicuramente impaurito.
Il fatto che oggi gli aerei viaggino con la porta della cabina di pilotaggio chiusa è sicuramente meno rilassante per i passeggeri; la porta aperta dava al volo un che di ambiente familiare, e portava sicuramente un po' di serenità nei passeggeri, ma dopo l'attentato alle torri gemelle questo elemento calmante per i passeggeri l'abbiamo purtroppo perso.
Sto comunque divagando, visto che non volevo scrivere questo post per parlare dell'ansia dei passeggeri negli aerei, ma volevo parlare della paura della morte.
Dunque la morte è una cosa normale, che fa parte della vita, e l'uomo di fede non dovrebbe averne paura, invece anche dalle più alte cariche del clero romano vediamo messaggi che parlano di vita ad ogni costo, anche per i malati terminali.
Staccare la spina di un uomo in stato vegetativo è considerato alla pari di un omicidio, e la vita, dicono, deve essere preservata con ogni mezzo.
Ma se al tempo di Gesù Cristo la vita media arrivava si e no a trent'anni, per quale motivo dobbiamo "scannarci" per malati di oltre cinquanta, magari in stato vegetativo da un decennio ?
Le macchine per il mantenimento in vita sono state inventate dall'uomo, e come tali vanno considerate; non ci sono state fornite da Dio quali corredo per la vita.
Forse tutta questa paura della morte che arriva da tanti vescovi, cardinali e teologi e alti prelati deriva dalla loro poca fede, o dalla loro poca rettitudine.
L'uomo onesto non ha paura della morte.